Il primo serial killer della storia d’Italia: il mostro di via Bagnera

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“Di modi calmi, con un’esteriore aspetto quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze” con queste parole il tribunale di Milano lo descrisse nella sua condanna a morte per impiccagione.

Si chiamava Antonio Boggia e dal 1849 al 1859 uccise quattro persone a Milano scannandole, smembrandole e poi sotterrandole. Fu soprannominato il mostro di via Bagnera, dove era situata la casa dove realizzo le sue orrende azioni. Boggia dichiarò di avere ucciso a causa delle voci che sentiva nella sua testa e già nel 1851 fu processato per il tentato omicidio di Giovanni Comi, il quale, sopravvissuto, lo denunciò. Fu condannato solo a 3 mesi di manicomio criminale senza ulteriori indagini. Ma Boggia non era pazzo anzi, aveva un lucidissimo senso di rivalsa economica, un odio cieco nei confronti delle persone più abbienti che lo portava a uccidere per appropriarsi dei loro averi.

I primi 3 omicidi passarono inosservati, solo con la quarta vittima i sospetti portarono ad Antonio Boggia. Infatti egli uccise una donna Ester Maria Perrocchio, una settantenne per la quale il capomastro Boggia lavorava gestendole uno stabile. Il figlio di questa ne denuncio la scomparsa e nelle indagini salto fuori che Boggia avesse dei precedenti per truffa e tentato omicidio. Successivamente saltò fuori che alcuni testimoni videro il Boggia scendere le scale con una grossa gerla sulle spalle. Il sospetto è subito che in quella gerla si trovasse il cadavere, che venne infatti ritrovato nel sottoscala, abilmente murato. La procura con la quale egli amministrava lo stabile era falsa, ottenuta grazie ad una sua cugina che si era finta la signora Ester da un notaio.

Il suo piano era di truffare per arricchirsi ed era disposto ad uccidere senza alcun scrupolo. Tra le sue carte contenute in uno scrittoio furono trovati altri mandati a nome Serafino Ribbone, G. Marchesotti e Meazza titolare di una ferramenta, tutti scomparsi. Tramite queste prove il giudice lo condannò a morte per omicidio a scopo di rapina di A. S. Ribbone, avvenuto nell’aprile 1849; omicidio a scopo di rapina di G. Marchesotti, avvenuto il 15 gennaio 1850; omicidio a scopo di rapina di P. Meazza, avvenuto nell’aprile del 1850; tentato omicidio di G. Comi, avvenuto il 2 aprile 1851; omicidio a scopo di rapina di E. M. Perrocchio, avvenuto l’11 maggio 1859.

Il giorno fissato per l’esecuzione, Boggia venne giustiziato in pubblica piazza, davanti a moltissime persone di ogni età. Il corpo fu sepolto, mentre il cranio fu dato in custodia al gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore, che ne aveva fatto richiesta per studiarlo.

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